“Divorare il cielo”, Paolo Giordano

“Era strano realizzare che il tuo destino dipendeva dalla scelta di un’altra persona, da un suo momento di debolezza.”

Si sentono i passi dei ragazzi in corsa tra alberi secolari e case bagnate dal sole. In questa gara non è importante arrivare per primi e non importa neanche quando distante è il punto d’arrivo. Tutti partecipano allo stesso gioco, con lo stesso obiettivo nella testa: superare il traguardo e riuscire ad ottenere un posto nel mondo.

Se penso a “Divorare il cielo” (edito da Einaudi nella collana Supercoralli), mi viene in mente proprio questo. Dei ragazzi in corsa verso qualcosa, con l’idea fissa in testa di trovare una giustificazione al perché della loro vita e delle loro azioni. È una corsa che dura anni. Ognuno impiegherà un tempo diverso e sopporterà una fatica immensa nel cercare di definire le proprie idee.

“In quel momento ho sentito la vastità spaventosa dell’amore che aveva dentro. Non riguardava soltanto gli alberi, riguardava tutto e tutti, e non lo lasciava respirare, lo stava soffocando.”

La voce di Teresa ci porta in una Puglia estiva e afosa, mutevole con il trascorrere delle stagioni, che ha la consistenza di un sogno. Una Puglia distaccata dalla contemporaneità e ancora legata ad un passato mistico e povero. Tra le zolle di terra e gli ulivi che si alzano verso l’azzurro, il grigio della metropoli è lontano chilometri. Teresa parla di un luogo popolato da ragazzi dediti alla fatica della terra e alla preghiera. “Divorare il cielo” è un romanzo innovativo perché Giordano riesce a connettere tra loro argomenti diversi: la terra e la spiritualità, le radici e il dolore, la maternità e l’agricoltura. È un romanzo complesso da spiegare, ma nella mia mente ogni collegamento non può essere più chiaro.

Paolo Giordano esplora la giovinezza di Teresa, Bern, Tommaso, Nicola. Periodo in cui, prima del corpo, si formano le idee. Da qui si dipana un intreccio di vite, sentimenti e sopratutto riflessioni che si rivolgono ad un passato enigmatico. Le riflessioni si inseriscono in una storia lunga decenni, che con lenta e accurata precisione, portano il lettore a far chiarezza nello stesso momento in cui i personaggi comprendono scelte, parole, comportamenti. Al centro di tutto c’è sempre Bern, magnetico e distante, potente e assetato della vita, bramoso dell’astratto e visionario, divoratore del cielo.

“Ci apparteneva tutto. Gli alberi e i muri a secco. Il cielo. Ci apparteneva anche il cielo, Teresa.”

Ho letto “Divorare il cielo” molto lentamente, nonostante la storia e la scrittura di Giordano impongano una velocità data dalla sete di sapere come va a finire la storia. Ma bisogna prendersi una pausa dalla lettura. Non perché sia un libro pesante e adatto a certi periodi rispetto ad altri, ma perché bisogna sedimentare e centellinare ogni parola o concetto letto. La lentezza con cui ho affrontato la lettura di questo libro mi ha permesso di accedere quasi in punta di piedi in una storia in cui, una volta dentro, è molto facile perdersi tra parole e ambientazioni.

È un libro che dischiude ricordi, perché evoca musiche passate, bagni notturni, primi amori. Evoca soprattutto quei ricordi che inaspettatamente hanno conseguenze anche nel presente. Giordano ha scritto il suo capolavoro? Sì, e nel farlo ha dato la vita (e la speranza di una rinascita) alle sue creature letterarie. “Divorare il cielo” è un romanzo generoso che regala ai suoi lettori una storia in cui perdersi che va ben oltre il romanzo a cui anni di letture ci hanno abituato.

“Qualcuno stava frugando nella mia camera da letto, lo vedevo passare da  una parte all’altra della finestra. Ma avrebbe trovato soltanto nostalgia.”

A presto,

Loris

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