“Quello che rimane”, Paula Fox

“Ebbe, allora, un’angosciosa premonizione che lui le sarebbe mancato per molto tempo.”

È raro, ma capita anche a me. Questa volta, il libro che non mi ha per niente convinto è “Quello che rimane” di Paula Fox, una recente uscita edita Fazi Editore. Ciò non vuol dire che a chi mi segue possa non piacere di conseguenza: come si suol dire il mondo dei lettori è bello perché è vario.

A colpirmi è stata la trama: fine anni sessanta, New York. Sophie Bentwood, una borghese quarantenne, viene morsa da un gatto randagio a cui dà da mangiare sporadicamente, nonostante la contrarietà del marito. Un incidente insignificante che dà inizio ad una serie di processi a catena che andranno a scardinare il rapporto di Sophie con il marito. Capitolo dopo capitolo si dipana una tragedia moderna che mette in discussione il matrimonio e la loro esistenza. Il lettore è anche incuriosito a sapere come va a finire la storia del morso perché paradossalmente Sophie non vuole andare ad un pronto soccorso per evitare le conseguenze di quel dolore.

“Si raccontava spesso quella storia, mentre si addormentava, perdendosi mentre aggiustava insieme i fantasmi del ricordo di qualcuno della cui vera esistenza ormai lei stessa stentava a credere.”

Un fatto così banale che arriva a scardinare una apparente certezza, come quella del matrimonio, mi dava la sensazione di avere di fronte un romanzo suggestivo, paradossale.  La scrittura di Paula Fox, forse, è fin troppo dettagliata. I dialoghi hanno la stessa comprensibilità di un discorso sentito per caso sul bus e di cui non si conosco i personaggi né le situazioni. La presenza di molte metafore e una verbosità radical-chic, non rendono tanto lenta la lettura, quanto la capacità di comprendere a pieno un concetto. L’indagine coniugale descritta è la parte più interessante e innovativa del romanzo, ma ci sono una serie di scene che rallentano la godibilità di quest’argomento, fino a perderne l’interesse. La debolezza di Sophie, la protagonista principale, non mi ha convinto. Mi ha ricordato la protagonista di Blue Jasmin, film di Woody Allen. Una borghese nel pieno della sua decadenza morale, fisica e psicologica.

“Soltanto le cose vive fanno male.”

I personaggi secondari sono un grumo di lamentele e tristezza: il marito di Sophie viene lasciato da Charlie suo partner in affari. Quest’ultimo si presenta alla casa dei Bentwood ad un orario improbabile ed esce con Sophie, che scivola fuori dal letto silenziosamente, nel cuore della notte a bere una birra. Un incontro che dura un capitolo e di cui si poteva fare a meno. Qui assistiamo ancora una volta a scambi di opinioni poco coinvolgenti e piatti. Un esempio in un altro incontro tra Sophie e una sua amica radical:

-“Hai un aspetto elegante, Sophie. Come stai?”

-“Bene… no, non proprio bene”

-“Guarda quelle scarpe! Fatte da qualche schiavo europeo per una lira, vero? Su quali moltitudini tutti noi ci appoggiamo!”

L’aspetto positivo è che il romanzo è davvero breve e il tentativo di leggerlo credo valga la pena di essere fatto. Magari riuscite ad entrare in contatto con le corde più profonde di Sophie e farvi catturare dal suo turbine di emozioni compromesse. Lo spero! Magari poi riuscite a farmi cambiare idea.

A presto,

Loris

 

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