“L’estate muore giovane”, Mirko Sabatino

“La luce delle dieci era la mia preferita: aveva una qualità speciale e quell’inclinazione mite, di poco più obliqua rispetto all’orizzontalità abbagliante e bianca del primissimo mattino, ma ancora lontana dalla verticalità gialla e spietata del mezzogiorno.”

Esiste un preciso momento dove scopriamo di non essere più dei bambini. Il corpo cambia e non è mai uguale al giorno precedente. La voce si ingrossa e i pantaloni appena comprati sono già piccoli. Ma la vera transizione, quella che percepiamo concretamente, avviene quando si cambia approccio nell’affrontare gli avvenimenti quotidiani. Oppure quando si presentano nuovi ostacoli e bisogna superarli. È in questo modo che nel 1963 i dodicenni Primo, Damiano e Mimmo entrano in quel complicato periodo a metà tra la vita adulta e l’infanzia.

Il romanzo d’esordio di Mirko Sabatino, “L’estate muore giovane”, edito da Edizioni Nottetempo, ha quell’atmosfera della fine delle cose, del declino di un tempo che non può più tornare felice. Come quei giorni di settembre che diventano grigi ed è già tempo di fare lo zaino e ricominciare un altro anno vissuto con il pensiero fisso della prossima estate. Il sole alto dell’estate illumina quelle pieghe fino ad allora mai viste, quei difetti nelle cose, nelle persone. Quell’estate del 1963 è brutale. Tutto inizia quando alcuni bulli accaniscono Mimmo, il più debole del gruppo, soprannominato Minnie da Damiano. Un patto suggellato con del sangue mischiato a dell’acqua santa che Mimmo porta sempre con sé,  saranno il punto di partenza attraverso  un percorso pieno di brusche deviazioni e di divieti improvvisi e non segnalati. Il patto di sangue che legherà per sempre i tre protagonisti li porterà ad usare altre volte l’accordo, ogni volta per situazioni sempre più gravose.

“Io ero qualcosa che produceva rumore, e di quello che pensavo, dicevo e facevo, poco si fermava.”

Credo che le situazioni che progressivamente schiacciano i tre ragazzini siano delle volte un po’ tragiche, nella sequenza in cui accadono. Sono però funzionali a influenzare la crescita di Primo, Damiano e Mimmo e a farli diventare dei piccoli uomini che portano sulle loro spalle pesi che le loro gambe non possono sopportare e ferite che con molta lentezza si cicatrizzano o che, delle volte, non si cicatrizzano affatto. Le pagine finali, infatti, sembrano essere narrate da una voce più matura perché i ragazzini delle prime pagine non sono più gli stessi. A narrare gli avvenimenti di quella torrida estate è Primo. Ciò che più mi ha colpito è che nonostante Primo racconti avvenimenti ormai passati, quest’ultimi vengono rielaborati con il filtro dell’età matura. Non ci sono parole di disaccordo nei confronti di quello che i tre ragazzi hanno combinato. Primo non è pentito di quello che alla fine accade per merito dei tre ragazzini. Scoprire ciò che succede e le cause per la quale i dodicenni agiscono sta a voi, in un crescendo febbrile di tragedia.

“Forse tutto questo passò nella testa del mio amico, o forse è passato soltanto nella mia testa, è un pensiero che nasce oggi dal ricordo di ieri.”

La scrittura di Sabatino è precisa, accurata, capace di scovare quei particolari a cui siamo abituati ma riletti in un’ottica differente. Io faccio un grosso augurio al giovane autore e al suo primo romanzo. Spero sia il primo di una lunga serie. Pochi esordi emanano una potenza del genere. E Sabatino ha scritto un libro potente, potentissimo. E io questo libro l’ho amato particolarmente.

(sono estremamente felice che molti di voi siano rimasti colpiti da questo libro sotto mio consiglio!)

A presto,

Loris.

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