“Nel guscio”, Ian McEwan

“Quando ci coricavamo faccia a faccia su quel lettino ci guardavamo dritto negli occhi chiacchierando, ci mettevamo letteralmente al mondo.”

Un mese e qualche giorno mi separano ormai dal 20 marzo, giorno speciale in cui ho avuto la possibilità di incontrare e poter rivolgere una domanda ad Ian McEwan in casa Einaudi Editore, a Torino, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Nel Guscio”, edito da Einaudi nella collana Supercoralli. Immaginatevi un ragazzo di 19 anni  seduto in mezzo a un sacco di gente interessante in un tavolo enorme nella stanza delle riunioni che ha visto prendere le decisioni più importanti di casa Einaudi. Imbarazzo a tonnellate. Ilenia Zodiaco, booktuber in gambissima, seduta alla mia destra mi diceva di stare tranquillo. Mi sono rilassato quando ho capito che sarei stato l’ultimo, per via del mio posto a sedere, a porgere una domanda allo scrittore. Allo stesso tempo, però, non vedevo l’ora di potergli parlare, chiedergli una banalità, avere un punto di contatto con colui che mi aveva tenuto attaccato alla pagine del suo romanzo nelle ultime due settimane.

“È che in questa zangola di stati d’animo, il bisogno si traduce in amore, come il latte in burro.”

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Mi sono chiesto, fin dalle prime pagine, qual è il mio più vecchio ricordo che mi porto dietro. Della prima volta in bicicletta senza pedali, suppongo. Me lo sono chiesto dal momento in cui a parlare non era un personaggio tipico. Lo stesso McEwan ci ha ricordato che “devi sorprenderti da solo andando in un posto dove mai ti saresti aspettato”. “Nel guscio” è una vera esperienza proprio per questo motivo. A parlare è il piccolo ospite che se ne sta accovacciato dentro la pancia di sua madre Trudy. Ma la gravidanza della giovane donna è tutt’altro che un evento atteso con trepida gioia. Ad attendere il piccolo feto non ci sono un padre e una madre ordinari. Nella casa di famiglia che (non) lo aspetta c’è lo zio Claude ottuso quanto ricco con cui Trudy manda avanti una relazione clandestina alle spalle del fratello di Claude, John, vero padre del piccolo feto. Per di più, Claude e Trudy vogliono sbarazzarsi di John Caircross, sconosciuto poeta e povero innamorato delle parole e della moglie fedifraga. In un incontro, qualche giorno prima della sua morte, quasi, annunciata, confessa alla moglie:

“Il nostro amore militava per il bene del pianeta […] il nostro fare l’amore era l’estensione dei nostri discorsi, e viceversa”

Nonostante la testa all’ingù il nascituro gode di una prospettiva privilegiata che gli permette di poter prendere coscienza di tutti gli eventi che gli gravitano attorno. Ma all’interno della sua placenta, non può impedire l’omicidio del padre John. Può solo dare qualche calcio, ma ciò non basta mica. Ad incoraggiare i due amanti a voler vedere a tutti i costi il povero poeta fuori dalla loro vita è la decrepita casa georgiana di famiglia che si affaccia su Hamilton Terrace, ereditata da John, le cui tende di spesso velluto nascondono il perfido piano perfetto di Trudy e Claude. Mentre un sottile muro separa il nascituro dal “non-essere” all’ “essere”, il feto può ancora ragionare se vale la pena uscire dal suo guscio per essere partecipe di una vita decisa da altri, in cui non avrà la possibilità di conoscere John. A quest’ultimo, il lettore si affeziona. Lo vediamo agitarsi per poche scene di passaggio e la fine che lo attende, seppur già scritta lascia un vuoto. Ma siamo rincuorati perché sappiamo che, in fondo, c’è del suo nell’intelligenza del feto. Perché è proprio questa caratteristica che rapisce e muta la lettura di questo libro in una rara esperienza sensoriale. La capacità di riuscire ad osservare oltre la pelle che riveste le cose permette al nascituro di comprendere a pieno le scelte della madre. Perché, nonostante sia colpevole di omicidio, il feto riuscirà a perdonare la madre quando, dopo nove mesi, riesce a vedere la bellezza dei suoi occhi stanchi. Quando, seduto a quel tavolo, Mr. McEwan ha detto che queso libro è stato “il più facile” della sua carriera di scrittore noi increduli blogger ci siamo sorpresi: vari riferimenti della produzione shakesperiana sono disseminati nelle pagine del libro, lo stesso feto può essere l’incarnazione di Amleto e la madre Trudy sembra recitare nella parte di Gertrude.

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“Nel guscio” è un esercizio di stile, un gioco di prestigio che la controllata e pacata penna di McEwan si diverte a condurre per raggiungere il diletto del lettore e mettere in mostra la sua incapacità di riuscire a osservare le situazioni da una prospettiva diversa rispetto a come appaiono. La domanda che ho posto a McEwan è stata una conseguenza ad una analisi al modo del feto di contrapporre la sua voglia di irrompere nel mondo reale alla totale noia di vivere in un modo come il nostro. La foto che ho realizzato, che ho voluto donare ad Ian McEwan durante il nostro incontro, voleva proprio sottolineare la voglia del feto di irrompere nella vita di Trudy e anche quella di John se solo fosse riuscito ad arrivare in tempo.

A presto,

Loris.

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